Siamo uomini o gadget ?

In principio era il virtuale, la «matrice» in cui l’io si sarebbe totalmente immerso prendendo congedo dalla realtà. E la «Singolarità»: «Entro trent’anni avremo gli strumenti tecnologici per creare un’intelligenza superumana», spiegava nel 1993 lo scrittore di fantascienza Vernor Vinge, immaginando il risveglio e la rivolta contro i creatori di computer sempre più potenti messi in Rete. «Subito dopo, l’era dell’umano sarà finita».

Nel futuro prossimo, tuttavia, a scomparire non sarà l’uomo, ma la tecnologia. Non il reale, ma il virtuale. Non perché non influiranno più nelle nostre vite. Al contrario, saranno talmente integrati con le nostre percezioni e ogni nostro gesto da diventare impalpabili e onnipresenti. E renderci nuovi cyborg: invece dei mostri di carne e silicio immaginati dalla letteratura e dal cinema degli scorsi decenni, uomini iperconnessi. Semplicemente. Merito del «computing invisibile» teorizzato già a fine anni 80 dallo scienziato della Xerox Mark Weiser, scomparso nel 1999, che ipotizzava lo sviluppo di device talmente piccoli da far «recedere la tecnologia sullo sfondo delle nostre vite». La transizione dagli ingombranti pc casalinghi a laptop, tablet e smartphone, per non parlare del crescente trasferimento dei nostri archivi digitali dagli hard disk fisici alla «nuvola», cioè ai server in Rete, hanno già realizzato in parte la profezia. Ma sono gli sviluppi attuali nel campo della realtà aumentata, cioè quello dell’interazione tra reale e virtuale, a far pensare che la vera rivoluzione sia alle porte. E che sarà guidata da aziende avide di dati, più che da filosofi e visionari.

Se tra gli studiosi, infatti, alcune idee — dal rifiuto del «dualismo digitale» che vorrebbe online e offline del tutto separati, all’avvento di quel loro particolare miscuglio che la ricercatrice Sally Applin chiama «realtà PoliSociale» — si stanno faticosamente affermando, una teoria strutturata ancora manca. C’è tra i riferimenti intellettuali, è vero, un pantheon che si estende da Judith Butler a Jean Baudrillard, passando per il «Manifesto dei cyborg» della femminista Donna Haraway. Ma, nell’attesa che i concetti si saldino, la tecnica cammina con le sue gambe. Il prossimo campo di battaglia sono gli occhi. Dalle futuribili lenti a contatto, allo studio da parte di Innovega per il Pentagono, che consentono di mettere a fuoco simultaneamente il campo visivo biologico e quello digitale, agli occhiali di Google («Project Glass»), che sovrapporranno tutti i servizi di Mountain View alla vista, le prospettive per la raccolta di informazioni sulle nostre preferenze in tempo reale si moltiplicano. «Oltre alle implicazioni per la privacy, c’è la questione del potere delle informazioni che saranno nelle mani delle aziende pubblicitarie», conferma alla «Lettura» l’esperto di mondi virtuali Peter Ludlow. Una questione che sarà anche più pressante quando Google «saprà perfino la direzione del nostro sguardo». Servizi sempre più personalizzati caratterizzeranno il passaggio dal web 2.0 al «web al quadrato», come definito su «Forbes» già nel 2009 dall’editore paladino dell’open source Tim O’Reilly e dalla direttrice di «Code for America», Jennifer Pahika.

Una Rete in cui, per esempio, i sistemi di riconoscimento facciale «non ci aiuteranno soltanto a catalogare foto o creare una società sotto sorveglianza», hanno scritto, «ma anche a misurare l’efficacia di un video promozionale». L’adozione di massa di strumenti di realtà aumentata porterà l’idea del docente di Harvard Jonathan Zittrain che «l’utente è il prodotto» a un livello finora nemmeno immaginato? «Se a guidare il processo saranno Facebook, Apple, Amazon e Google, la prospettiva è plausibile», afferma Bruce Sterling, tra gli scrittori che per primi hanno immaginato la fusione di atomi e bit. «Il modello di business sarà quello, e gli utenti saranno d’accordo perché diventare un prodotto è gratis».

Il pensiero corre al monito dell’inventore del termine «realtà virtuale», Jaron Lanier: «Tu non sei un gadget». Ma quando il confine tra gadget e umano si sarà ulteriormente assottigliato, sarà più difficile distinguere l’io dalla sua rappresentazione tramite servizi online. Secondo l’amministratore delegato della software house Valve, Michael Abrash, non c’è molto tempo: il prossimo passo dell’evoluzione del computing sarà completato «probabilmente entro i prossimi cinque anni». Per ora ci sono solo domande. Il nostro cervello sarà in grado di reggere un mondo continuamente interrotto da mail, notifiche e offerte? Monitorare ogni nostra attività sarà ancora più semplice o resterà uno spazio per la riservatezza e la sfera privata? Insomma, «la realtà aumentata dal digitale è un bene?», riassume il sociologo Nathan Jurgenson, che insieme ai colleghi del blog Cyborgology è tra i pochi a proporre riflessioni critiche su cosa significhi diventare uomini «aumentati». Nonostante le prime discussioni risalgano alla fine degli anni 90, il dibattito non sembra aver raggiunto il grande pubblico. Che è semmai sedotto dalla componente ludica, concretizzata in questi anni nello sconvolgimento portato all’industria del videogaming da giochi per consolle come Playstation3, Xbox360 e Wii, in cui il joystick è l’utente.

Certo, ci sono risvolti positivi. Non è difficile immaginare funzionalità che, mappando lo sguardo, sveglino chi si addormenta alla guida; o evoluzioni di progetti già esistenti, come FrontLine Sms, che suggeriscono a vista la dislocazione dei rivenditori di preservativi in Paesi ad alto tasso di Aids come il Ghana. Ma il rischio è essere talmente immersi nella connessione da dimenticare che ogni gesto o comportamento sarà, in ultima analisi, pubblico, e su un mezzo che non dimentica. A maggior ragione se si considera il parallelo sviluppo della «Internet delle cose», in cui anche tutti gli oggetti con cui interagiamo saranno connessi al web, è importante chiedere che nel futuro «aumentato» tutte le relazioni con chi colleziona i nostri dati siano straordinariamente trasparenti. Se, come scrive Lanier, «l’aspetto più importante della tecnologia è come cambia le persone», sarà una sfida cruciale per il futuro della governance di Internet. Devono essere gli individui a dire l’ultima parola. «Nel lungo termine — profetizza Sterling — avremo la tecnologia per la realtà aumentata che ci meritiamo. Se vorremo essere gadget, troveremo entità grosse e potenti che non vedono l’ora di accontentarci».

Fabio Chiusi

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Fare opinione con i social media

Basta tendere l’orecchio: i cinguettii di Twitter la dicono lunga, a chi sa ascoltare. Tra tweet, mention e retweet il social network regala informazioni interessanti a chi si occupa di politica. Lo ha capito Alberto Nardelli che a Londra ha fondato tre anni fa la startup Tweetminster. Lui e il suo team sono stati i primi a intervistare un capo di Stato, Gordon Brown, su un social network. Ma il loro interesse verso la politica va oltre i confini del giornalismo, fino ad arrivare a quel tesoro che sono le informazioni, i dati, le opinioni sul web.
In Gran Bretagna http://tweetminster.co.uk è una piattaforma, punto di riferimento per sapere cosa dice e cosa pensa la classe dirigente. Raccoglie tutti i tweet del mondo politico e dei media. Ma non è solo questo. Con un software messo a punto all’interno della startup hanno aggregatori di link di Twitter, basati sulla categorizzazione dinamica. Viene monitorato il flusso di cinguettii di politici, giornalisti e opinion leader in genere. L’analisi non è solo quantitativa ma qualitativa: per esempio non solo viene contato il numero di menzioni di una storia, ma si considera anche chi menziona la storia.
La società processa, analizza e organizza una grande quantità di dati in tempo reale, fornendo così il trend di quali sono i temi del momento, a quale tipo di persone interessano. Informazioni preziose per impostare o guidare una campagna elettorale. Tanto che Tweetminster vende le analisi a società di sondaggi e agenzia di public affairs, multinazionali. E collabora con aziende come Reuters, Bbc (per la quale ha seguito l’ultima campagna elettorale in Russia), The Independent e The Guardian.
Da un mese e mezzo Tweetminster ha allargato i confini aggregando tweet in 110 paesi e 58 lingue attraverso il servizio http://electionista.com. Per Nòva24 ha elaborato i trend topics per l’Italia (nella tag cloud a fianco) e la classifica degli account politici più attivi e di quelli più menzionati (cioè più influenti). Ne esce un’istantanea di un mese di vita politica, dalla riforma del lavoro alla crisi della Lega Nord. La stessa fotografia può essere scattata in tempo reale. «Sia per Facebook che per Twitter c’è una crescente disponibilità di dati analitici, dalle statistiche demografiche ai contenuti. Il problema è: che cosa facciamo con questi dati?», si chiede Dino Amenduni, 28 anni, esperto di nuovi media e comunicazione politica per Proforma. «Poniamo il caso che dall’analisi emerga che la rete spinga affinché un politico si occupi di un certo tema – spiega Amenduni – Potrebbe essere però che questa istanza non possa essere portata avanti dalla coalizione e quindi risulti inopportuna proporla». Insomma al di là del dato nudo e credo, resta centrale la lettura politica. Non dimentichiamo, insomma, che Twitter è un mezzo.
Ma l’Italia è pronta a usare con malizia questi strumenti? «L’interesse sta crescendo – spiega Nardelli – In prossimità delle elezioni Twitter è sempre più centrale nelle conversazioni politiche e viene utilizzato come fonte di notizie». Inoltre Twitter può colmare un vuoto, in un paese come l’Italia che ha una partecipazione politica bassa. «Pensiamo alla Germania, dove il Partito Pirata ha conquistato consensi crescenti grazie al web – continua Nardelli – Per fare un partito ci vuole molto tempo, un brand, contatti sul territorio e supporti finanziari. La tecnologia accelera il processo, dando visibilità e una rete di supporto in modo diretto e rapido». Giovani formazioni politiche fatevi avanti, dunque.
Ma i politici tradizionali come utilizzano i social network? «Soprattutto in un’ottica self brand – continua Amenduni – Usano i social media per aggirare i giornalisti, per dire direttamente quello che pensano. Il passo successivo sarebbe un utilizzo di open gov come ha fatto, per esempio, il ministro Profumo con la consultazione online sull’abolizione del valore legale del titolo di studio». Per ora l’impatto dei social media ha mostrato le sue potenzialità soprattutto durante le elezioni amministrative, spiega Amenduni. Lui ha seguito la campagna di Nichi Vendola e tuttora è il coordinatore della sua comunicazione online. E nel 2009 ha gestito un gruppo di 150 volontari, tutti sotto i 30 anni nel progetto EmiLab, per la candidatura del sindaco di Bari Michele Emiliano, con mille videointerviste a cittadini pubblicate su YouTube assieme alle risposte del futuro primo cittadino. «Pensiamo alla sfida elettorale di Milano, l’anno scorso – dice Amenduni -. Al primo turno la gaffe di Letizia Moratti a SkyTg24 sulla fedina penale di Giuliano Pisapia ha scatenato l’ashtag #Morattiquotes e #ècolpadiPisapia con un’attivazione satirica spontanea, che ha ovviamente avuto l’effetto di ridurre la credibilità del sindaco uscente». Chi vuole capire apra bene le orecchie.

Alessia Maccaferri su Nova 24

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Scruta il network e investi

Ogni adulto legge in media 250-300 parole al minuto. Un articolo mediamente ne contiene 1.200. Fanno quattro minuti a “pezzo”. Quanto ci metterebbe a leggere i 2 milioni di articoli che ogni giorno commentano e raccontano il mercato finanziario? Anni: poco, per farsi una cultura, troppo per poter agire tempestivamente sul mercato. Per chi gioca in Borsa più sai e più è facile ottenere quel vantaggio informativo capace di anticipare l’andamento di titolo. «E ogni volta che c’è la possibilità di prevedere il futuro ci sono soldi da fare», ha dichiarato al Los Angeles Times Richard Peterson. In questo momento Peterson è tra i più ascoltati in Silicon Valley. Ingegnere elettronico, psichiatra, esperto di mercati finanziari, il suo mestiere (e la sua scommessa) è guardare dentro ai big data dei social network, analizzare tweet, chat, post e news per ottenere predizioni. Per otto anni ha lavorato a un sistema complesso per rilevare lo stato d’animo di chi discute in rete e tradurlo in un indicatore economico. «Nei social network, nelle chat finanziarie o negli articoli dei quotidiani economici ci sono dati che rivelano il comportamento di chi investe – racconta a Nova24 –. La crisi finanziaria e la volatilità delle Borse hanno dimostrato che l’irrazionalità agisce sui mercati in modo sistemico. Le reazioni emotive che suscitano in noi notizie, cambiamenti di prezzi delle azione o conversazioni con altre persone abitualmente condizionano le nostre scelte di investimento. Noi possiamo dimostrare sulla base dei dati che il rischio che ci assumiamo quando operiamo sul mercato è condizionato dai nostri stati d’animo. Questo condizionamento non solo si può rilevare ma ci permette di prevedere cosa succederà sui mercati». MarketPsych (l’azienda fondata da Peterson), come anche AlphaGenius e altre emergenti nel campo dei big data, sono convinte di poter collegare l’umore dei social network alle performance dei prezzi dei titoli azionari.
In letteratura cominciano a uscire i primi studi che interpretano l’umore dei mercati attraverso i social: Johan Bollen, un professore dell’Università dell’ Indiana, ha analizzato 10 milioni di tweet prodotti da 2,7 milioni di individui e ha trovato una correlazione tra il mood della rete e la direzione dell’indice Dow Jones. Includendo lo stato d’animo della calma, si legge nello studio, i tweet erano in grado di indicare i valori di chiusura dell’indice DJIA tre giorni dopo la rilevazione con una accuratezza dell’87,6 per cento. Un altro studio di Arthur O’Connor della Pace University ha individuato una correlazione tra la popolarità di una azienda su Facebook e l’andamento del rispettivo titolo. Più fan sulla Facebook page del marchio indicherebbero in Borsa performance superiori a quella del mercato.
Più che il ruolo dell’emozione nelle scelte a essere in discussione è la possibilità di estrarre nuova conoscenza dai social network e tradurla, nella fattispecie, in consigli per acquisti o in nuovi indici per Hedge fund e banche d’affari. I grafici di MarketPsych mostrano correlazioni per esempio tra la paura registrata su Twitter durante l’influenza aviaria e la performance della compagnia aerea American Airlines (AMR). O tra i picchi di rabbia degli analisti verso Goldman Sachs dopo la lettera di denuncia di un ex manager pubblicata sul New York Times e la volatilità della Borsa.
A Wall Street però non sono pochi a essere scettici su questi strumenti, sopratutto nel momento in cui un indice basato sulle chat finanziarie dovessere diventare mainstream, manipolabile e quindi capace a sua volta di influenzare il mercato. Inoltre, a monte della ricerca di algoritmi o strumenti di analisi per prevedere sistemi complessi come quello finanzario c’è il nodo dell’accesso a big data. Nello specifico: quali dati vengono analizzati e con quali strumenti? Il sistema di MarketPsych analizza 2 milioni di news, le chat finanziarie e Twitter. Mancano all’appello per ora LinkedIn, Facebook, Google+. Non pochi dati, quindi. L’accesso alle informazioni di mondi chiusi o semichiusi come quello dei social network non è gratis e né va dato per scontato. Settimana scorsa l’accusa “velata” a Apple e Facebook lanciata da Sergey Brin, fondatore di Google, di aver reso invisibili i loro mondi ai motori di ricerca rendendo così internet un luogo meno adatto al business (e alla ricerca) non va presa sottogamba da chi intende trarre profitto da big data. Come anche la sempre più stringente regolamentazione sulla privacy.
Quanto allo strumento, questi sistemi apparentemente usano tecniche automatiche ma anche una parte di codifica umana (anche se principalmente si tratta di regole automatizzate, dizionari ontologici, ecc). Cosa succederebbe se l’algoritmo al posto di analizzare le emozioni di umani analizzasse quelle di algoritmi, account-robot di Twitter (socialbot) o utenti di Facebook falsi?
Continua a pag.47
«L’innovazione nel settore dell’analisi dei big data di tipo economico-finaziario – commenta Stefano Iacus, statistico dell’università degli Studi di Milano e curatore del progetto Voices from the Blogs – passerebbe attraverso un vero modello di inferenza causale più che l’attuale semplice studio delle correlazioni. Questo avviene già in altri campi, basti pensare alla biologia e alle tecniche usate nel campo della genomica funzionale». Apparentemente manca quindi la formulazione di una teoria che tenga insieme il tutto: neuromarketing e studio delle reti complesse, gli studi di Albert-László Barabási con l’analisi degli ecosistemi. Mentre abbondano sistemi e algoritmi predittivi accessibile ma rudimentali. Google Correlate è un servizio di Google Research, che permette di analizzare correlazioni tra una parola chiave ed altre ad essa correlate per volumi di ricerca. In rete si trovano anche altri strumenti che geolocalizzano dati, li rilevano nel tempo e nello spazio. Il pericolo è l’uso inappropriato dell’ inferenza statistica. «Statistici, economisti e traders dovrebbero forse scambiarsi più idee tra loro – osserva Iacus –. La grande mole di dati è tutta lì, bisogna solo capire cosa ci dicono». E magari anche cosa chiedergli.

Luca Tremolada su Nova 24

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Scopri se c’è un amico nei dintorni nasce il social network “ambientale”

Mentre uscite dalla libreria con l’ultimo libro di Roberto Bolano sottobraccio, seduto allo Starbucks di fronte c’è un altro appassionato lettore dello scrittore sudamericano. Entrambi, se avete prescaricato un’apposita app, riceverete un avviso sul vostro smartphone. Sulla schermata comparirà una biografia di poche battute dell’altro, accompagnata da foto, il numero di amici in comune, gli interessi condivisi. Poi starà a voi decidere se mandare un messaggino per approfondire la conoscenza. L’unica precondizione era finora di essere tutti e due iscritti a Facebook anche senza essersi scambiati prima l’amicizia, ma ora girano dei software che permettono anche di fare a meno di questa opzione.
Definiti “Ambient People Discovery”, questa nuova categoria di servizi segnala chi è intorno a noi con il quale potrebbe essere interessante entrare in contatto sulla base di un algoritmo che confronta gli interessi e le amicizie come risultano dalle informazioni che postiamo sui nostri profili dei social network. E’ un’evoluzione social dei servizi di geolocalizzazione come FourSquare, Google Latitude o Gowalla, i quali aiutano per esempio, a scovare in zona il locale con i migliori mojito. Adesso il drink lo si va a bere in compagnia di qualcuno rintracciato attraverso una di queste app. Sono app che incrociano luoghi con la nostra rete di contatti. Nate per soddisfare un bisogno relazionale in loco, Highlight, Glancee, Sonar, Banjo, Kismet sono alcune delle reti sociali temporanee da scaricare sia su sistema Ios che Android in grado di trasfigurare lo smartphone in un “segugio” scopripersone nel raggio di 3550 metri.
La consacrazione è avvenuta lo scorso marzo ad Austin, la città texana che ospita l’evento faro delle startup digitali. «Nulla influisce sulla nostra felicità come le persone che incontriamo», sostiene il trentaduenne Paul Davidson, lo sviluppatore di Highlight, ricevendo tra l’altro l’appassionato imprimatur di Charles Scoble, autorevole scopritore e commentatore di novità del web. «Il problema che il modo di incontrare gente che condivide i nostri interessi, è stato sinora casuale e inefficiente», prosegue il Ceo di Highlight che condivide la filosofia di Vinicius de Moraes quando canta che la vita è l’arte degli incontri.
Ma da pragmatico californiano, non intende lasciare gli incontri al caso. Soprattutto ora che le tecnologie abilitanti si sono perfezionate e diffuse. Terminali mobili con tempi di accensione immediati, rapidità di accesso, sensori di rilevamento per la tracciabilità della posizione, autonomia di carica maggiore, profili online, banda larga. L’intento è ambizioso: raggiungere una maggiore consapevolezza della realtà che ci circonda. Un “sesto senso” secondo le parole di Davidson ottenuto dall’algoritmo che ci aiuta a far affiorare dalla ragnatela dei nostri contatti le metarelazioni di particolare interesse per noi in quel preciso momento. I parametri sono essenziali: amici e interessi in comune. Informazioni che si ricavano scandagliando, filtrando e incrociando generalità e dati personali che disseminiamo sul web. Dalla pagina di Facebook alla frequenza di uso del pulsante “mi piace”, alle interazioni con altre piattaforme. Il software Sonar, ad esempio, prende dati utili anche da Twitter e LinkedIn. Banjo acquisisce dati anche dai contatti Google mail. Glancee ricorre alla tecnologia di riconoscimento semantico per estrarre interessi condivisi dalla correlazione degli argomenti seguiti. E’ possibile modulare il livello di notifica. «Inutili ricevere continui segnali di allerta riguardanti la stessa persona nella stessa location, potrebbe trattarsi di un coinquilino. Così come ha poco senso quando sei sul tram a San Francisco sapere che anche il passeggero accanto è originario della Bay Area. Mentre se ti trovi a Zanzibar l’informazione ha un altro valore», dice Davidson.
È una tipica innovazione di intelligenza artificiale. L’app “impara” dallo storico dell’utilizzo e imposta le segnalazioni conseguentemente. Le notifiche vengono ordinate in base alla vicinanza al momento, ma Highlight tiene conto di tutti i contatti ai quali vi siete avvicinati in precedenza. Ma i social media da passeggio, i cui progenitori aiutavano a trovare gli “amici” in viaggio nella stessa metropolitana, funzionano davvero? A sentire gli utilizzatori sono senz’altro utili soprattutto in zone con un’alta densità di utenti iperconnessi (ottimale in fiere o eventi hitech) e lo stanno diventando anche nelle città italiane per abbondanza di iscritti a Facebook. Queste app che scombinano il fascino dell’incontro non programmato hanno il vantaggio di essere un “rompighiaccio”, aggiunge qualche appassionato. «La tecnologia è recente, è affascinante osservarne gli usi e scoprirne di nuovi», dice Brett Martin, fondatore di Sonar, nato un anno fa a New York. Per qualcuno è una stampella per la memoria per ricordarsi i nomi delle persone nelle quale incappa. Alcuni utilizzano lo spazio di testo per la biografia per diffondere messaggi personali o rivolgere domande in modo indiscriminato alle persone che si trovano lì. Per esempio: «Avete un titolo di libro da suggerire?», oppure «Qualcuno di voi è stato recentemente a Cape Town?» C’è pure chi sostiene che il miglior modo per agganciare un venture capitalist è percorrere Menlo Park in Silicon Valley con l’app accesa. Senza troppi stratagemmi, Highlight ha appena concluso un primo round di raccolta di capitali con in testa al consorzio dei finanziatori la prestigiosa Benchmark Capital, la stessa che investì inizialmente in Twitter.
Unico punto debole, la tutela della privacy. I vari servizi di Ambient People Discovery sono piuttosto elusivi sul modo in cui le informazioni sono rastrellate e condivise con terze parti. Ma qualcosa si muove: per tutelare il pubblico femminile, Highlight ha deciso di perfezionare l’impostazione di diversi livelli di visualizzazione dei dati personali.

Patrizia Feletig

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Italiani che corrono sulla rete

Marco Bottoni è il più contento di tutti: «Il giorno più bello della mia vita è stato il 15 novembre del 2009 – racconta con spiccato accento napoletano –. Ero davanti alla televisione quando mia mamma mi urla: Marco, corri che c’è Youtube al telefono. Pensavo che le avessero fatto uno scherzo e invece non era così». Oggi si considera un uomo di successo, un imprenditore e non l’ennesima Youtube star: «Il mio portale dedicato al fitness è tradotto in 13 lingue, ho un fatturato a 5 zeri e con la mia attività dò da lavorare a sei persone. L’ho chiamato Passion4Profession, con la p rovesciata a formare un cuore perché io, lo scriva, sono un uomo abbastanza di cuore». Quella di Marco Bottoni non è l’ennesima storia di chi ha fatto i soldi con internet un po’ per caso.
Nasce “personal trainer, torna da un viaggio in Florida con la convinzione di voler creare un business sui video di fintness. Nel 2005 non c’è granché a parte qualche lezione in videocassetta. Bussa a Sviluppo Italia con il progetto di un portale web multilingua ma gli chiudono la porta in faccia, definendo la sua idea «irrealizzabile». Marco, che oggi ha trentun anni, se la lega al dito. Studia programmazione, impara a creare personaggi in 3D ma capisce subito che ha bisogno di aiuto. La famiglia gli passa 1.400 euro ogni tre mesi. Lui contatta degli sviluppatori in Bielorussia per la grafica del sito («li pagavo cento dollari a settimana»), per le traduzioni contatta gli italiani di Loquendo, spende un sacco di soldi fino al 2008, quando crea un canale Youtube, entra nel programma di partnership e comincia a guadagnare qualcosina con la pubblicità.
«Con dieci video caricati raccoglievo 30-40 dollari – ricorda –. Sono passato a 300 dollari sempre con l’adversing lavorando su community e localizzazione e con l’aiuto di Yotube che grazie a me genera oltre un milione di dollari in pubblicità». Oggi Bottoni ha diversificato, metà del suo giro d’affari passa dal mobile, dalle app per smartphone, ma non intende fermarsi. Anche perché non se lo può permettere. La generazione che ha puntato sulla rete ha capito subito che internet non è un luogo diverso dalla realtà fisica. Non esiste una economia digitale come è una scorciatoia giornalistica il fantomatico popolo della rete. Esiste “soltanto” una tecnologia che abilita il business quando ha basi solide, che certifica il talento quando c’è.
Le storie raccontate da Giampaolo Colletti nel libro “www.workers: i nuovi lavoratori della rete” suggeriscono come commercio, consulenza, sviluppo software e servizi sono attività che possono trovare nella rete un mezzo per disintermediare la burocrazia, raggiungere mercati più ampi o trovare nuove forme di collaborazione. Indipendentemente dalla dimensione dell’attività. Marega, per esempio, è uno storico atelier veneziano che da oltre 30 anni realizza artigianalmente maschere di cartapesta. Nel 2006 lanciano la prima campagna online con AdWords di Google, il sito passa da 15 a 30mila utenti unici al mese. «Commerciamo con tutto il mondo – racconta Barbara che lavora al sito –. Non siamo però una fredda piattaforma di e-commerce. Ci teniamo a mantenere un rapporto artigianale con i clienti attraverso la mail e il telefono. Purtroppo i costi di spedizione continuano a essere altissimi: non siamo grandi come Amazon, non possiamo strappare le loro tariffe, per cui a volte facciamo fatica. In certi casi il costo del trasporto è superiore a quella della maschera». Oggi l’atelier Marega lavora prevalentemente all’estero, con i «nuovi ricchi», in primis Russia ma anche Ucraina, Lettonia e mercati asiatici. E da pochi mesi ha scoperto Facebook. «Pubblichiamo qualche foto ma abbiamo già un riscontro di clienti che passano da questo social network».
Accanto alle applicazioni per dispositivi mobili (smartphone e tablet) anche sulle reti sociali si sta concentrando l’attenzione di chi sviluppa software. Qui le barriere sono basse ma è difficile emergere soprattutto nel mercato più attraente di questi anni, quello dei videogiochi. Fino all’anno scorso il gruppo King.com aveva progettato giochi di abilità accessibili attraverso internet. Poi ha sperimentato il passaggio all’interno dei confini di Facebook. Sale nelle classifiche e all’inizio di aprile, secondo le rilevazioni di AppData, sono 35,5 milioni le persone che partecipano ai suoi videogame, lanciati come applicazioni software per il social network. È ottavo al mondo su Facebook. L’amministratore delegato di King.com è Riccardo Zacconi: vive da vent’anni all’estero, soprattutto tra Gran Bretagna e Svezia. Il fatturato è raddoppiato. E prevede di assumere entro l’anno altri cento dipendenti.

Nel 2003 Zacconi fonda la sua startup con un partner: investono i loro risparmi per finanziarsi. All’inizio sono in sei, inclusi quattro sviluppatori software dell’area tecnica a Stoccolma. L’intuizione è lanciare giochi gratuiti su internet: puntano al coinvolgimento del pubblico femminile e di una fascia adulta della popolazione. L’Europa e in particolare la Germania sono le prime aree geografiche di crescita. Due anni dopo la startup raggiunge il profitto e riceve un investimento di 34 milioni di euro da parte di Index Ventures.
Per il passaggio sul social network, King.com adatta Bubble Witch Saga e altri titoli alla partecipazione nella rete sociale online, ad esempio attraverso una mappa e meccanismi per la diffusione del passaparola. I partecipanti sono per il 60% donne con più di 18 anni. Alimentano una macchina da soldi attraverso inserzioni pubblicitarie, vendita di beni virtuali e tornei online a pagamento.

di Luca Tremolada e Luca Dello Iacovo

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Smartphone, è l’anno del Dragone Il nuovo telefonino parla cinese

L’edizione 2012 del Mobile World Congress si è aperta oggi in una Barcellona grigia e caotica. E pure all’interno dei padiglioni della Fira c’è molto movimento, con una presenza notevole di operatori, giornalisti, espositori da tutto il mondo. Molti i cinesi, con marchi come ZTE e Huawei, da noi poco conosciuti ma in decisa espansione nel mercato asiatico e non solo. ZTE ha presentato un portfolio per tutti i gusti: dagli smartphone entry level con Android ai quad-core, senza tralasciare Windows Phone né i tablet. Huawei punta sull’Ascend D, pubblicizzato come il più veloce telefonino del mondo. Ammesso che si possa ancora chiamarli smartphone, questi apparecchi sempre più grandi e sempre più potenti, che adottano processori a quattro nuclei, come i computer dell’ultima generazione.

E così Sony ha lanciato la serie Xperia NXT: tre apparecchi Android 4.0 con un dock che permette di collegarli alla tv via Hdmi e due porte Usb per mouse e computer (che si possono anche utilizzare con Blutooth). Da una decina di giorni i giapponesi hanno riacquistato il pacchetto azionario detenuto da Ericsson, e oggi sui nuovi smartphone c’è solo il logo Sony. In un entusiastico slancio verso minimalismo ed efficienza, qualcuno del settore marketing ha anche dichiarato guerra alle vocali, così i nuovi Sony si chiamano Xperia NXT (che sta per “next”).

E ieri, pure in anteprima, Htc ha mostrato i nuovi apparecchi della famiglia One, particolarmente curati dal punto di vista delle foto e dell’audio e con una versione riveduta e corretta dell’interfaccia Sense. Una novità interessante è l’integrazione con Dropbox: è possibile salvare e condividere fino a 25 Gb di foto, video e documenti direttamente dal sistema, senza installare un’app apposta. E, a proposito di foto, Htc introduce una caratteristica finora presente solo su alcune fotocamere tra le più evolute: con Video Pic è possibile scattare foto e registrare video nello stesso momento.

Oggi ha aperto i giochi Nokia, impegnata su tre fronti. Da una parte quello degli smartphone economici, pensati soprattutto per i Paesi emergenti e ancora basati sulla storica piattaforma Serie 40, ma adesso utilizzabili anche per le mail aziendali grazie alla compatibilità con i server Exchange. Il secondo fronte è quello di Windows Phone, con la serie Lumia che si allarga in alto e in basso per coprire fasce di mercato sempre più ampie. Da una parte il Lumia 610, a meno di 200 euro, dall’altra il top di gamma 900, simile all’800 ma con schermo da 4.3 pollici e connettività DC-HSPA, per velocità di download fino a 42 Mb per secondo. Più potente anche il processore: 1,4 GHz contro 1 Ghz del modello minore. La vera novità è l’arrivo di Skype, sia pure in beta: finora, infatti, pur essendo di proprietà di Microsoft, il più diffuso software di Voip non era disponibile per la piattaforma Windows Phone.

Il terzo fronte è Symbian: Nokia ha dichiarato che continuerà a supportarlo fino al 2016 e oggi ha presentato quello che è uno dei modelli finora più discusso del Mobile World congress: si chiama 808 PureView, ha un processore dual core e un’incredibile fotocamera da 41 Megapixel, mai vista finora su un telefonino, avanzatissima anche per gli standard professionali. I finlandesi spiegano che non si tratta di interpolazione via software, ma ci riserviamo di approfondire in seguito.

Samsung ha uno stand enorme e tra i più affollati dello show, anche se i coreani presenteranno le vere novità solo nei prossimi mesi, a ridosso delle Olimpiadi di Londra (di cui sono tra i principali sponsor). Alla Fira c’è un nuovo tablet, il Galaxy Note 10.1: alla versione più recente di Android abbina il pennino che ha fatto il successo del Galaxy Note, presentato all’Ifa di Berlino lo scorso settembre. E, a riprova della versatilità dell’apparecchio, c’è un disegnatore che realizza ritratti e caricature dei visitatori. Curioso il Galaxy Beam, che ha un proiettore incorporato, promettente il progetto Smart School, che con un software e una tastiera a incastro trasforma i tablet Galaxy in veri notebook perfetti per le aule scolastiche.

Lg punta ancora sul 3D senza occhiali, addirittura integrando un software per il montaggio dei video in tre dimensioni nell’Optimus 3D Max. e poi si lancia su una originale interpretazione dell0ibrito tablet-smartphone: si chiama Optimus Vu, ha un display da 5 pollici con rapporto 4_3 (come i vecchi televisori). È piccolo, ma troppo largo e si fa fatica a tenerlo in mano per telefonare. Non arriverà forse in Italia, visto che adotta il nuovo standard LTE, da noi atteso per la fine dell’anno, ma ci si può sempre consolare con uno degli altri 7 modelli presentato da Lg a Barcellona.

Tra giornalisti e operatori quest’anno si sono visti molti iPhone, come sempre, ma pure numerosi Samsung Galaxy S2 e Note. Diminuiscono ancora i Blackberry, anche se i canadesi hanno uno stand molto frequentato e il nuovo 9790 desta un certo interesse. Il tablet Playbook, presentato lo scorso anno, adesso costa meno e ha un sistema operativo migliorato, capace di gestire le mail senza dover usare per forza un Blackberry.

Dopo anni di assenza dal mondo dei cellulari, torna in Europa anche Panasonic, con uno smartphone chiamato Eluga: resiste alla polvere, alle ditate e anche all’acqua. Anche Motorola ne ha uno in catalogo, il Defy Mini, e per provarlo lo ha messo in una specie di lavatrice: a metà del primo giorno funziona ancora, dopo che centinaia di curiosi hanno pigiato il pulsante che fa scorrere l’acqua.

Bruno Ruffilli – inviato La Stampa da Barcellona

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BlackBerry tenta la risalita Più social, tablet e smartphone

Email in mobilità con gli smartphone BlackBerry e una piattaforma sicura e affidabile: due elementi che hanno fatto la fortuna di RIM per quasi dieci anni, rispondendo perfettamente alle esigenze del mercato business. Ma poi è arrivata la “consumerizzazione” della tecnologia, per cui molti professionisti, manager e dipendenti di aziende hanno iniziato a utilizzare lo smartphone anche come dispositivo personale per accedere ai contenuti che Internet mette a disposizione, come afferma anche Alberto Acito, Managing Director di RIM Italia, “Questo è avvenuto in modo estremamente rapido. In effetti, avevamo già iniziato un processo di rinnovamento per esempio, sul nuovo BlackBerry 7 stavamo lavorando da un paio di anni ma abbiamo accumulato un po’ di ritardo nell’implementazione di questa trasformazione, perché non è semplice per un’azienda come RIM migrare da un sistema operativo che ha rappresentato una ‘rivoluzione’ per quasi dieci anni, a un altro sistema operativo”.
È evidente che in passato l’azienda non ha “corso” abbastanza per seguire i cambiamenti del mercato e la crisi c’è stata ed è ancora in corso: risulta, infatti, che a livello globale il market share degli smartphone BlackBerry sia sceso in nove mesi dal 23 al 19 per cento (fonte Gartner). “Va specificato un aspetto molto importante: la perdita di quote di mercato è stata soprattutto in Nord America (Stati Uniti in particolare), mentre siamo cresciuti in Europa e America Latina”, sottolinea Acito, “I due fondatori, Mike Lazaridis e Jim Balsillie, si sono resi conto di questo cambiamento e volontariamente hanno ceduto il testimone a Thorsten Heins, già in RIM dalla fine del 2007. Il nuovo management dovrà accelerare e realizzare le ultime fasi di un cambiamento che oggettivamente tardava un po’ ad attuarsi. L’azienda è quindi in una fase di grandissima transizione e sta affrontando questo momento consapevole dei suoi punti di forza e del valore dei prodotti e dei servizi che ha presentato fino a oggi, ma soprattutto di quelli che sta già sviluppando per il futuro. Mi riferisco al sistema operativo BlackBerry 7, che porta già notevoli innovazioni in termini di user experience, di servizi per la navigazione Internet, aspetti multimediali e condivisione di contenuti, al BlackBerry 10 (dalla seconda metà dell’anno), al design rinnovato dei prodotti e alla presentazione, entro la fine del 2012, di un nuovo tablet, il PlayBook 3G”.
Nel frattempo RIM ha introdotto sul mercato il BlackBerry Curve 9380 (299 euro), il primo della famiglia con schermo “total” touch, che si basa sul sistema operativo BlackBerry 7 e inaugura il nuovo servizio cloudbased BBM Music, con un catalogo di milioni di canzoni delle migliori case discografiche. Ogni utente può selezionare cinquanta brani da condividere automaticamente con i propri contatti e può accedere alle canzoni degli amici. “In Italia siamo molto soddisfatti del lavoro svolto”, conclude Alberto Acito, “Abbiamo mantenuto la customer base business e siamo cresciuti nel mercato consumer negli ultimi sei mesi abbiamo quasi raddoppiato il market share e ci sono quindi molti motivi per essere soddisfatti: dobbiamo semplicemente continuare a fare quello che stiamo facendo”.

Maria Luisa Romitihttp://www.repubblica.it/supplementi/af/2012/02/13/multimedia/028nausicaa.html

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