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Paura e determinazione

Oggi è sufficiente sfogliare le pagine dei giornali, ascoltare i notiziari delle radio o vedere i telegiornali, per essere sommersi da notizie che ci deprimono o ci fanno arrabbiare. Se si cade nella convinzione che il mondo sia principalmente questo, ci si convince di essere circondati da un mondo ostile, in totale decadenza senza più possibilità di miglioramento. Una società verso il declino insomma.
È vero che oggi ci sono evidenti difficoltà per tutti, soprattutto per i giovani, e che abbiamo attraversato un periodo di crisi intenso. Ma se ripercorriamo la storia, grande maestra di vita, potremo scoprire come è stato sempre così in tutti i periodi di transizione dove costumi, valori, mezzi di comunicazione, consumi, istituzioni sono stati messi in discussione per i rapidi mutamenti avvenuti.
E anche allora lo sconcerto, la paura, il pessimismo e l’allarmismo hanno preso, per un certo periodo, il sopravvento.
Questi sentimenti sono dettati, normalmente, dalla nostra inadeguatezza di giudizio dei problemi che ci stanno di fronte perché limitiamo il nostro orizzonte al breve periodo, incapaci di cogliere la complessità degli avvenimenti e quindi di darci risposte adeguate per costruirne uno nuovo.
È inevitabile in queste condizioni che si possa cadere nel pessimismo e nella paura.
Attraverso la lettura e l’approfondimento della storia, possiamo capire come le comunità in questi momenti, hanno sempre attinto l’energia necessaria per contrastare l’incedere che pareva inevitabile.
Naturalmente essa non si ripete esattamente nelle diverse ere, ma ci sono forti analogie tra epoche diverse. La storia diventa un laboratorio a cui attingere per illuminarsi. Non solo sul passato. La storia è una forma intellettuale per comprendere il mondo, come ha detto Johan Huizinga.
Parlando poi dello scenario italiano, mi ha sorpreso leggere dell’incredibile similarità della crisi dell’economia nel Seicento, che colpì le grandi città manifatturiere della Penisola, e quella incontrata oggi da molte industrie del nostro Paese. Dove la causa della scarsa capacità di competere é generata principalmente dalla scarsa propensione al l’innovazione dimostrata negli ultimi anni. Salvo le eccezioni che, infatti, producono utili a tutto spiano.
Questo per ribadire che lo studio della storia offre un prezioso strumento per l’uomo che vuole e può comprendere a fondo il presente.
Se qualcuno poi vedesse l’ottimismo come una distorsione forzata della realtà, e
a volte vengo ripreso nei meeting per questo mio atteggiamento “troppo” positivo, voglio ricordare loro l’ammonimento di un uomo politico e di alto rango che contribuì negli anni ’50 alla costruzione della Comunità Europea, Jean Monet, che diceva “quello che conta non è essere ottimisti o pessimisti, ma essere determinati”.
La sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa (F.D.Roosvelt)
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Trovare interiormente la propria “linea di meta”

Il rischio che si corre oggi è quello di scegliere un parametro esterno per determinare il nostro reale valore.
Lo stipendio, i beni che possediamo, cosa pensano gli altri di noi, quanto è stato realizzato nei confronti di altri. Tutti indicatori che ci portano o ci porteranno inevitabilmente ad essere vittime della vita e non artefici del proprio destino.
Ma i soldi vanno e vengono, sono una fonte di autostima e soddisfazione non duratura. E’ risaputo.
Se pensiamo, che il rispetto sia dato da quanti soldi abbiamo, siamo sulla strada sbagliata. La gente rispetta i tuoi soldi non te. Per la controprova basta trovarsi in difficoltà. Si potrà misurare immediatamente il livello di rispetto personale.
Il segreto invece sta nel costruirsi la propria “linea di meta”. Lì sta il parametro che determina il vostro valore.
Mi piace fare riferimento al rugby, per fissare questo concetto, considero questa disciplina una scuola di vita anche per tante altre cose.
In una partita di rugby se spostassero continuamente la linea di meta, sarebbe impossibile vincere. Il gioco sarebbe confuso. Così è la vita.
Se non fissiamo interiormente un traguardo, una “linea di meta” che definisca cosa per noi è sufficiente, non si raggiungerà mai la sensazione di contentezza piena. Non avremo mai consapevolezza del nostro valore. E non saremo mai felici. Perché penseremo sempre che siano più importanti i fattori esterni e gli altri che devono definire quanto valiamo.
Mai dimenticare infine che chi è felice rende felici anche gli altri, che si sentono bene con te.
La felicità dà passione, fede e coraggio. Attira le persone.
Chi possiede la propria “linea di meta” trova la felicità e… non finirà mai in miseria.

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