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Accettarsi. Anche quando si commettono errori.

La vera partita nella vita è sapere che noi non siamo i nostri pensieri.

Quando, ad esempio, arriva un fallimento nel lavoro o negli affari, spesso non accettiamo che le cose siano andate in questo modo. Pensiamo che ciò che è accaduto non è il nostro vero destino, che dovevamo certamente vincere.

Invece non dovremmo pensare a questo, ma accettare ciò che accade.

Accettare e accettarsi quando si sbaglia, senza rimproveri, meditando si, ma senza punirsi, è il primo passo verso la propria autoguarigione e verso la gioia di vivere.

E sia quel che sia. Accettare che le cose vadano come vanno aiuta a vivere più sereno. Non occorre accusarsi di tutte le cose che accadono perchè c’è una legge universale che guida il “tutto”, e mentre lo fa compie una grande opera.

Normalmente a ciascuno viene pagato quanto gli è stato promesso.

Il Destino fa la sua strada e non aggiunge e non toglie nulla di quanto ha promesso.
Alcune delle lezioni migliori si imparano dagli errori passati.

L’errore del passato è la saggezza e il successo del futuro.(D. Turner)
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Internet sarà in tutte le cose E i robot salveranno i posti di lavoro

LA STAMPA – Gianluca Nicoletti – 22 agosto 2014

Gli esperti americani del Pew Research Center: da qui al 2025 la tecnologia porterà occupazione

Ancora c’è una fetta ampia di umanità che teme il progresso tecnologico; lo ritiene antitetico a non ben precisate «leggi di natura». È un pensiero diffuso che attraversa il ceto medio più come esorcismo al tempo che passa che come reale convincimento, è paradossale che chi oggi non vive che grazie alle tecnologie che attraversano ogni segmento della vita quotidiana, se chiamato a esprimersi sembra aver ereditato la diffidenza dei luddisti d’inizio 800, che se la prendevano con i telai meccanici temendo che avrebbero sottratto lavoro alle maestranze salariate.

Forse dovremo riflettere sul fatto che gli oggetti tecnologici che ci assistono ogni istante della nostra vita fanno parte integrante del nostro essere degli umani. Platone temeva che la scrittura uccidesse la facoltà degli uomini di ricordare. Se ci ricordiamo di Platone però è perché anche lui alla fine ha scritto. Esiste comprensibilmente un’istintiva diffidenza verso la tecnologia, è il timore innato di essere spodestati dalle nostre stesse creature, ma noi che per sentirci socialmente considerati temiamo come un cataclisma un’assenza di campo non possiamo allo stesso tempo immaginare un’incombente dittatura delle macchine, uniche mediatrici del nostro universo come profetizzava la cupa saga cinematografica di Matrix.

Le cose non stanno così, noi ci costruiamo macchine per vivere meglio, siamo dal pollice opponibile in poi, animali tecnologici e per questa ragione ci siamo evoluti.

Il Pew Research Center ha condotto un’indagine molto approfondita che dovrebbe rassicurarci sulle nostre paure verso un futuro popolato da nostri surrogati robotici. L’istituto americano che si occupa di sondaggi di opinione, analisi dei media e ricerca nel campo delle scienze sociali, ha interrogato un gruppo di ben 1.896 esperti di prim’ordine per cercare di anticipare quanto, da oggi al 2025, le tecnologie più avanzate come l’ intelligenza artificiale o la robotica saranno il cardine su cui si svilupperanno ampi segmenti della nostra vita quotidiana.

La prima grande preoccupazione della macchina ruba lavoro sembra solo parzialmente fugata: per la metà degli esperti le tecnologie sono state sempre storicamente creatrici di nuovi posti di lavoro, siamo noi umani che dobbiamo educare le nostre capacità all’upgrade tecnologico. L’altra metà degli esperti è più cauta e non sottovaluta la poca adeguatezza delle attuali strutture sociali e soprattutto delle istituzioni che si occupano dell’ educazione a creare le competenze necessarie per un futuro mercato del lavoro. Di sicuro va considerato che mentre l’impatto dell’automazione ha finora investito soprattutto il ceto operaio, nei tempi immediatamente prossimi riguarderà anche il lavoro dei colletti bianchi, che dovranno necessariamente misurarsi con robot e agenti digitali, e per questo acquisire competenze che erano abituati a delegare.

Il nostro quotidiano sarà comunque infarcito di tecnologia in misura superiore a quanto siamo abituati a tollerare in questo momento, ma in compenso questa occupazione sarà per noi meno visibile. Non penseremo più di dovere andare in Internet per fare o cercare qualcosa. Saremo sempre on line e ci guarderemo intorno, come se la rete oramai facesse parte del nostro spazio concretamente percepibile con i nostri sensi.

Per la stessa ragione la tecnologia sarà sempre meno considerata come una componente aliena del nostro corpo, ma è ipotizzabile che cominceremo a «incorporare» i componenti tecnologici che ci aiuteranno a vivere meglio, come oggi facciamo con una protesi acustica o un pacemaker. I dispositivi «wearable» (indossabili) probabilmente ci metteranno ancora tempo per essere capillarmente diffusi in ogni classe sociale, ma dovremo iniziare a fare seriamente i conti con quello che già chiamiamo «l’Internet delle cose». La nostra salute sarà costantemente monitorata, i nostri elettrodomestici ci indicheranno maniere più sane per gestire la nostra vita. È importante però non illudersi che la sbornia tecnologica corrisponderà alla catarsi dell’ umanità. Di tutto il paradiso descritto ci sarà sempre chi farà uso criminale e distorto. La privacy sarà un romantico ricordo del passato, ma di sicuro ancora una volta si salveranno quelli che non smetteranno mai di stare al passo con i tempi.

Gianluca Nicoletti

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Italiani che corrono sulla rete

Marco Bottoni è il più contento di tutti: «Il giorno più bello della mia vita è stato il 15 novembre del 2009 – racconta con spiccato accento napoletano –. Ero davanti alla televisione quando mia mamma mi urla: Marco, corri che c’è Youtube al telefono. Pensavo che le avessero fatto uno scherzo e invece non era così». Oggi si considera un uomo di successo, un imprenditore e non l’ennesima Youtube star: «Il mio portale dedicato al fitness è tradotto in 13 lingue, ho un fatturato a 5 zeri e con la mia attività dò da lavorare a sei persone. L’ho chiamato Passion4Profession, con la p rovesciata a formare un cuore perché io, lo scriva, sono un uomo abbastanza di cuore». Quella di Marco Bottoni non è l’ennesima storia di chi ha fatto i soldi con internet un po’ per caso.
Nasce “personal trainer, torna da un viaggio in Florida con la convinzione di voler creare un business sui video di fintness. Nel 2005 non c’è granché a parte qualche lezione in videocassetta. Bussa a Sviluppo Italia con il progetto di un portale web multilingua ma gli chiudono la porta in faccia, definendo la sua idea «irrealizzabile». Marco, che oggi ha trentun anni, se la lega al dito. Studia programmazione, impara a creare personaggi in 3D ma capisce subito che ha bisogno di aiuto. La famiglia gli passa 1.400 euro ogni tre mesi. Lui contatta degli sviluppatori in Bielorussia per la grafica del sito («li pagavo cento dollari a settimana»), per le traduzioni contatta gli italiani di Loquendo, spende un sacco di soldi fino al 2008, quando crea un canale Youtube, entra nel programma di partnership e comincia a guadagnare qualcosina con la pubblicità.
«Con dieci video caricati raccoglievo 30-40 dollari – ricorda –. Sono passato a 300 dollari sempre con l’adversing lavorando su community e localizzazione e con l’aiuto di Yotube che grazie a me genera oltre un milione di dollari in pubblicità». Oggi Bottoni ha diversificato, metà del suo giro d’affari passa dal mobile, dalle app per smartphone, ma non intende fermarsi. Anche perché non se lo può permettere. La generazione che ha puntato sulla rete ha capito subito che internet non è un luogo diverso dalla realtà fisica. Non esiste una economia digitale come è una scorciatoia giornalistica il fantomatico popolo della rete. Esiste “soltanto” una tecnologia che abilita il business quando ha basi solide, che certifica il talento quando c’è.
Le storie raccontate da Giampaolo Colletti nel libro “www.workers: i nuovi lavoratori della rete” suggeriscono come commercio, consulenza, sviluppo software e servizi sono attività che possono trovare nella rete un mezzo per disintermediare la burocrazia, raggiungere mercati più ampi o trovare nuove forme di collaborazione. Indipendentemente dalla dimensione dell’attività. Marega, per esempio, è uno storico atelier veneziano che da oltre 30 anni realizza artigianalmente maschere di cartapesta. Nel 2006 lanciano la prima campagna online con AdWords di Google, il sito passa da 15 a 30mila utenti unici al mese. «Commerciamo con tutto il mondo – racconta Barbara che lavora al sito –. Non siamo però una fredda piattaforma di e-commerce. Ci teniamo a mantenere un rapporto artigianale con i clienti attraverso la mail e il telefono. Purtroppo i costi di spedizione continuano a essere altissimi: non siamo grandi come Amazon, non possiamo strappare le loro tariffe, per cui a volte facciamo fatica. In certi casi il costo del trasporto è superiore a quella della maschera». Oggi l’atelier Marega lavora prevalentemente all’estero, con i «nuovi ricchi», in primis Russia ma anche Ucraina, Lettonia e mercati asiatici. E da pochi mesi ha scoperto Facebook. «Pubblichiamo qualche foto ma abbiamo già un riscontro di clienti che passano da questo social network».
Accanto alle applicazioni per dispositivi mobili (smartphone e tablet) anche sulle reti sociali si sta concentrando l’attenzione di chi sviluppa software. Qui le barriere sono basse ma è difficile emergere soprattutto nel mercato più attraente di questi anni, quello dei videogiochi. Fino all’anno scorso il gruppo King.com aveva progettato giochi di abilità accessibili attraverso internet. Poi ha sperimentato il passaggio all’interno dei confini di Facebook. Sale nelle classifiche e all’inizio di aprile, secondo le rilevazioni di AppData, sono 35,5 milioni le persone che partecipano ai suoi videogame, lanciati come applicazioni software per il social network. È ottavo al mondo su Facebook. L’amministratore delegato di King.com è Riccardo Zacconi: vive da vent’anni all’estero, soprattutto tra Gran Bretagna e Svezia. Il fatturato è raddoppiato. E prevede di assumere entro l’anno altri cento dipendenti.

Nel 2003 Zacconi fonda la sua startup con un partner: investono i loro risparmi per finanziarsi. All’inizio sono in sei, inclusi quattro sviluppatori software dell’area tecnica a Stoccolma. L’intuizione è lanciare giochi gratuiti su internet: puntano al coinvolgimento del pubblico femminile e di una fascia adulta della popolazione. L’Europa e in particolare la Germania sono le prime aree geografiche di crescita. Due anni dopo la startup raggiunge il profitto e riceve un investimento di 34 milioni di euro da parte di Index Ventures.
Per il passaggio sul social network, King.com adatta Bubble Witch Saga e altri titoli alla partecipazione nella rete sociale online, ad esempio attraverso una mappa e meccanismi per la diffusione del passaparola. I partecipanti sono per il 60% donne con più di 18 anni. Alimentano una macchina da soldi attraverso inserzioni pubblicitarie, vendita di beni virtuali e tornei online a pagamento.

di Luca Tremolada e Luca Dello Iacovo

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